Nel suo nuovo film Il rapimento di Arabella, la regista
#CarolinaCavalli costruisce un mondo sospeso tra ironia tagliente e malinconia affilata, dove il surreale diventa la chiave per raccontare solitudini, desideri e quel bisogno quasi infantile di sentirsi visti. «Da bambina non scrivevo diari, odiavo raccontare le giornate, la vita quotidiana; al contrario mi piaceva inventare città, oggetti, medicine finte, paesi. Stare nell’immaginazione, sia da spettatrice, sia da lettrice o quando scrivo, ha un grande valore», racconta Cavalli a
#VogueItalia, spiegando come quel gesto creativo e spontaneo sia diventato la base del suo linguaggio cinematografico. Nell’intervista esclusiva ripercorre la genesi della storia, il lavoro con gli attori e il modo in cui ha trasformato un enigma narrativo in un racconto emotivo che resta addosso. Leggi l’intervista completa a cura di
#AndreaGiordano, al link in bio.
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