Tre giorni. Due notti. Nove ore di fuso. Una trasferta a Los Angeles che, messa così su carta, suona come la sinossi di un film indipendente girato male. Ma certe occasioni non te le fai sfuggire.
Partenza da Milano. Scalo a Monaco di Baviera. Poi altre 12 ore di volo in cui non cedere al sonno per prendere subito il fuso della West Coast. Atterraggio a LAX, quasi due ore in coda all’immigrazione. Il poliziotto al controllo passaporti è gentile, ma io ho la testa che pesa il doppio del normale e le sue domande farebbero sudare freddo chiunque abbia qualcosa da nascondere. E pure me che sono solo assonnato. Poi un sorriso, un “Welcome to the United States”, e ci siamo. E invece no: 3 ore di auto per fare 120km fino all’albergo. Il traffico californiano è peggio di un girone infernale. Tipo il GRA di Roma, ma nel sottosopra di Stranger Things.
A letto senza cena dopo 26 ore di viaggio. Dormo quasi otto ore filate, not bad. E in un attimo sono già a Willow Springs. O meglio, lì di fianc...
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