Correva l'anno 1925 quando, a pochi mesi dalla pubblicazione della celebre silloge "Ossi di seppia", Eugenio Montale progettò di realizzare immediatamente un nuovo volume di versi, in cui coniugare la vena poetica crepuscolare con le sue smodate passioni da buongustaio. Uscita a puntate sulla rivista "Sale & Pepe", la raccolta non fu particolarmente apprezzata. Oggi, a cento anni da "Ossi di seppia", riscoprire "Ossibuchi" significa conoscere un Montale diverso, più diretto e tagliente, padre di una poesia "al sangue" che scuote il palato quanto il cuore. Una poesia dove la fame è metafora del desiderio e il cucchiaio è la fragile speranza che s'inabissa tra i flutti del brodo primordiale.
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