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Stavo svuotando una casa. Non la mia. Ma in qualche modo, ogni oggetto che toccavo mi diceva qualcosa di me. In mezzo a tutto — mobili, ricordi, odore di tempo — ho trovato una scatola piena di fiammiferi. Decine. Ognuno diverso. E lì mi sono fermato. Perché un fiammifero è forse l’oggetto più umile che esista. Dura pochi secondi, poi sparisce. Eppure qualcuno — un grafico, un art director, un tipografo — ha passato ore a decidere quale font usare su quella superficie di tre centimetri. Quale colore. Quale simbolo. Un hotel di lusso con le chiavi incrociate su turchese e arancio... Un ristorante svizzero con la stretta di mano… Le Gauloises Blondes con quell’elmetto alato come se stesse andando in guerra… Un pattern Memphis che sembra uscito da una mostra al MoMA. Caratteri cinesi su cream e bordeaux — pura grazia tipografica. Oggetti usa e getta. Design eterno. Quella scatola mi ha ricordato perché faccio questo lavoro. Non per i clienti grandi. Non per i budget alti. Per quella cosa...

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