Giverny, 1922. Claude Monet ha 82 anni e una cataratta nucleare bilaterale che gli ha rubato la vista sull’occhio destro. È quasi cieco da quel lato e dipinge da otto anni le sue ultime Ninfee e i Salici piangenti in tonalità di rosso, arancio e giallo bruciato. Lo annota nelle lettere agli amici: “i colori non hanno più la stessa intensità”. Crede che siano i suoi pigmenti a sbagliare. Sono invece i suoi occhi: la cataratta filtra la luce blu, ingiallisce ogni cosa, e Monet dipinge ciò che vede, non ciò che esiste davvero.
Quel mese di novembre firma la donazione delle Ninfee allo Stato francese. Saranno la sua eredità nazionale. Poco dopo, gennaio 1923, accetta finalmente di farsi operare dal dottor Charles Coutela. Trentotto giorni completamente bendato, in un buio rigoroso. Quando le bende cadono, Monet torna nell’atelier di Giverny e vede le sue ultime tele come le vediamo oggi noi: cobalto, viola, verde, lavanda. Le trova insopportabili. Una versione di sé stesso che non riconos...
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