Sono cresciuta con Messi. Ho pianto per lui, non per le finali perse, ma per la bellezza che metteva in campo. Per la magia che sembrava venire da un altro mondo. Per la dolcezza con cui trasformava il calcio in poesia. E poi c’era Cristiano. Freddo. Potente. Letale. L’antieroe della mia storia. Quello che ti rovinava le notti di Champions con una rovesciata, uno sguardo, un gol al 93’. Mai fragile, mai umano. Talmente perfetto da risultare distante. E anche quando è arrivato alla Juve — la mia Juve — non sono mai riuscita ad amarlo. Segnava, certo. Ma non era mio. Era sempre l’altro. Eppure oggi, vederlo lì, solo a centrocampo, dopo aver vinto tutto, a tormentarsi per un singolo errore… Ho capito. Cristiano non è un calciatore qualsiasi. È la prova vivente che il talento può portarti in alto, ma è l’ossessione che ti tiene lì. Non ha mai cercato di piacere. Ha preteso rispetto. E oggi, anche da chi non lo ha mai amato… quel rispetto se lo prende tutto. Perché ha vinto tutto, e ancora ...
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